Omea comincia a prendere forma
Un aggiornamento su come si sta evolvendo Omea e sulle ipotesi che vogliamo testare ora
Ciao! Negli ultimi mesi Omea ha occupato una parte sempre più grande delle mie giornate e dei miei pensieri. Mi andava di fermarmi un momento e raccontarvi a che punto siamo, che cosa stiamo costruendo e alcune cose su cui ho cambiato idea.
L’8 settembre abbiamo consegnato i primi protocolli personalizzati alle 15 persone che stanno provando Omea.
Lo scrivo e ancora non ci credo: in questo momento ci sono 15 persone che si affidano anche a noi per prendersi cura della propria salute.
Per chi si fosse perso qualche pezzo, con Omea vogliamo aiutare le persone a migliorare la propria salute e ad avere più energia nella vita quotidiana. Partiamo dagli esami del sangue, dai dati di dispositivi come Apple Watch o Whoop e da una valutazione approfondita delle abitudini e della storia clinica, seguita da un colloquio con il nostro medico. Da lì costruiamo un protocollo: un piano personalizzato con indicazioni su alimentazione, movimento, sonno ed eventuali integratori, da seguire e rivedere nel tempo.
Tra giugno e luglio abbiamo intervistato 25 persone residenti a Londra per capire come si prendono cura della propria salute e dove incontrano difficoltà. All’inizio di agosto ne abbiamo selezionate 15 per il primo gruppo di test. Ora usano un’app, ancora in fase di test, in cui trovano il proprio piano e segnano ogni giorno che cosa hanno fatto.
A seguire la parte clinica c’è Ashiv Patel, il medico che abbiamo assunto come responsabile clinico di Omea. Ashiv supervisiona i protocolli e segue i partecipanti attraverso gli strumenti che stiamo costruendo.
Ci affiancano anche tre advisor medico-scientifici di rilievo internazionale:
- Albert Ying, con un dottorato in Scienze Biologiche alla Harvard Medical School e oggi ricercatore post-doc a Stanford e all’Università di Washington. Si occupa di intelligenza artificiale applicata alla biologia e di come misurare e comprendere l’invecchiamento.
- Julianne Holt-Lunstad, professoressa di psicologia e neuroscienze alla Brigham Young University e consulente di organizzazioni come l’Organizzazione Mondiale della Sanità. Studia come le relazioni sociali influenzano la salute e la longevità.
- Falko Sniehotta, direttore del Dipartimento di salute pubblica, medicina sociale e preventiva all’Università di Heidelberg ed ex presidente della European Health Psychology Society. Studia come aiutare le persone a cambiare le proprie abitudini e mantenere quei cambiamenti nel tempo.
Ci aiutano a progettare meglio il percorso, scegliere che cosa misurare e capire quali conclusioni possiamo trarre dai risultati.
Che cosa abbiamo imparato
La fiducia conta più di quanto avessi capito
Venendo dalla tecnologia, ho passato molto tempo a pensare a come automatizzare il lavoro: raccogliere i dati, analizzarli, generare indicazioni sempre più personalizzate. Pensavo che una parte importante della qualità di Omea si sarebbe giocata lì.
Poi abbiamo visto quanto le persone abbiano apprezzato la chiamata con il medico. Poter parlare con Ashiv, fare domande e confrontarsi sulla propria situazione ha avuto un peso che avevo sottovalutato. In quel momento la tecnologia è passata in secondo piano.
Ho iniziato a capire meglio anche l’importanza del brand e della fiducia che le persone gli associano. Quando qualcuno si affida a Omea, deve potersi fidare di chi c’è dietro, delle indicazioni che riceve e di come verrà seguito. Quella chiamata ci ha fatto capire quanto conti, per fidarsi di Omea, poter parlare con il medico che seguirà il proprio percorso.
Mi hanno sorpreso anche le aspettative dei primi partecipanti. Da sviluppatore, sono abituato a mettere fuori una prima versione incompleta e migliorarla osservando come viene usata. Qui le persone ci stanno affidando una parte della propria salute: la disponibilità a tollerare errori o mancanze è molto più bassa. Sapere che il prodotto è ancora in prova non fa sparire quell’aspettativa, E lo capisco.
Questo sta cambiando il modo in cui passo le mie giornate. All’inizio cercavo soprattutto di capire quanto del lavoro di Ashiv potessimo sostituire con flussi automatici. Oggi sto cercando di dargli i superpoteri: strumenti che lo aiutino a lavorare sui dati, costruire i protocolli e seguire le persone più facilmente. Sto usando le mie competenze per semplificare molto il sistema e aiutarlo a dedicare più attenzione al lavoro clinico.
Capire che cosa funziona per una persona richiede tempo
Una delle domande da cui è nata Omea è: "che cosa funziona per me?"
Il primo tentativo è stato usare l’intelligenza artificiale per analizzare molti studi scientifici e capire quali interventi potessero essere più adatti a ciascuna persona. Cercavamo risposte a domande concrete: il magnesio può migliorare il sonno? Un cambiamento nell’alimentazione può ridurre il colesterolo LDL? E, soprattutto, per quali persone, a quali dosi o con quali modalità, e in quanto tempo?
Abbiamo incontrato un limite: più cercavamo risposte precise per la persona che avevamo davanti, meno gli studi disponibili ci aiutavano. Spesso erano pochi, coinvolgevano un numero ridotto di partecipanti o riguardavano persone con età, condizioni di salute e abitudini diverse.
La letteratura rimane il punto di partenza, ma spesso non permette di prevedere con la precisione che vorremmo come risponderà un individuo. Anche un piano costruito con cura va seguito, misurato e adattato.
E quando qualcosa migliora, capire perché è un altro lavoro ancora. Se una persona cambia alimentazione e dopo un mese si sente meglio, nel frattempo potrebbe anche aver dormito di più, avuto meno stress o ricominciato ad allenarsi. Ripetere un esame ci dice che un valore è cambiato; attribuire quel cambiamento a un intervento preciso è più difficile.
Vogliamo continuare a capire che cosa funziona per ciascuno attraverso l’osservazione nel tempo. Intanto, dobbiamo costruire un servizio che sia utile anche con queste incertezze: aiutare a scegliere da dove iniziare, seguire il percorso e rivederlo con il medico quando serve.
Un buon piano deve trovare spazio nella vita di chi lo riceve
All’inizio pensavamo di poter distinguere Omea soprattutto attraverso la qualità del protocollo. Oggi ci sembra che una parte importante del lavoro sia aiutare le persone a metterlo in pratica.
Esami, dispositivi e strumenti per analizzare i dati sono già disponibili. Possiamo integrarli e usarli bene. Per costruire un piano adatto, però, dobbiamo conoscere anche gli orari, le preferenze, i tentativi precedenti e la disponibilità al cambiamento di chi abbiamo davanti. Due persone con risultati simili negli esami possono aver bisogno di percorsi molto diversi.
Nelle interviste sono emerse difficoltà molto concrete. Sapere che sarebbe utile allenarsi non significa riuscire a farlo dopo una giornata di lavoro. Cambiare alimentazione richiede di decidere che cosa comprare e cucinare. E anche quando si parte motivati, basta un viaggio o una settimana complicata per perdere il ritmo.
È su questi passaggi che vogliamo lavorare di più: rendere il piano compatibile con la vita quotidiana, aiutare a iniziare e capire come sostenere la costanza. Se riusciremo a farlo bene, avremo anche una ragione concreta per cui le persone continuino a usare Omea.
Che cosa proveremo nelle prossime otto settimane
Con questo primo gruppo vogliamo rispondere a tre domande. Quindici persone sono poche per arrivare a conclusioni solide, ma possono aiutarci a capire quali idee meritano di essere approfondite.
Le persone stanno meglio?
È la domanda principale. Ogni partecipante riceve poche priorità, scelte con Ashiv in base alla loro rilevanza clinica e alla possibilità di osservare un cambiamento durante il test (vista la breve durata di 8 settimane).
Guarderemo sia i dati, come gli esami del sangue e le misurazioni dei dispositivi, sia come le persone si sentono: energia, salute percepita e difficoltà incontrate. Prima di iniziare, scegliamo quali risultati osservare per ciascuno.
Terremo conto anche di quanto viene seguito il piano. Se qualcuno fatica a metterlo in pratica, dobbiamo capire che cosa lo ostacola; se lo segue con costanza senza migliorare, dobbiamo rivedere con il medico le ipotesi di partenza. Questa distinzione ci aiuterà a capire dove intervenire.
Un compagno di percorso aiuta a essere più costanti?
Durante le interviste, diverse persone ci hanno raccontato che è più facile mantenere un impegno quando lo condividono con qualcuno. Hanno parlato di allenarsi con un amico, condividere i progressi o sapere che qualcuno li aspetta in palestra.
Vogliamo provare a portare questo sostegno dentro Omea, affiancando ai partecipanti un compagno di percorso con un obiettivo simile. Potranno condividere impegni e progressi attraverso WhatsApp.
Alcuni inizieranno con un compagno, altri da soli; nella seconda parte del test, chi aveva un compagno proseguirà da solo e viceversa. Osserveremo che cosa succede alla costanza nelle diverse fasi e chiederemo come hanno vissuto l’esperienza: si sono sentiti sostenuti? Era un impegno in più? Li ha aiutati anche dopo l’entusiasmo iniziale?
È un primo modo concreto per capire quale ruolo possa avere una comunità nel percorso di salute.
Un aiuto pratico rende più facile iniziare?
Un’indicazione come “fai più allenamenti di forza” lascia ancora parecchio lavoro da fare: scegliere un’attività, trovare un posto, controllare orari e prezzi, prenotare.
Vogliamo capire se possiamo facilitare quel primo passo suggerendo opzioni adatte alla persona: una lezione vicino casa, un professionista da contattare, un prodotto da acquistare, con le informazioni necessarie per decidere.
Questa parte la chiamiamo aiuto pratico. Nel primo test, alcuni partecipanti riceveranno, oltre all’indicazione, anche una proposta concreta per metterla in pratica. Partiremo da una selezione di luoghi, professionisti e prodotti, con prezzi e link per prenotare o acquistare.
Guarderemo quante persone arrivano a fare il primo passo e se questi suggerimenti le aiutano ad agire più spesso rispetto alla sola indicazione. Sapere quali link vengono aperti ci dirà poco, se poi nessuno prenota la lezione o prende l’appuntamento.
Che cosa vorrei capire, anche da voi
Alla fine di queste otto settimane dovremo decidere dove concentrare il lavoro. Potremmo scoprire che il compagno di percorso aiuta alcune persone e ad altre pesa, oppure che i suggerimenti pratici sono utili solo per certi interventi. Vogliamo osservare queste differenze prima di costruirci intorno altre funzionalità.
Per me questi mesi stanno già cambiando il modo di pensare al prodotto e al mio ruolo. Le chiamate di Ashiv con i nostri primi pazienti mi hanno fatto rivedere quanto spazio dare all’automazione. Vedere le aspettative dei partecipanti mi sta facendo ragionare diversamente su che cosa significhi essere pronti a far usare qualcosa in ambio clinico. Sono domande che adesso entrano nel lavoro di ogni giorno.
Mi piacerebbe condividere aggiornamenti come questo più spesso, anche per sentire prospettive diverse da quelle con cui mi confronto lavorando.
Vi chiedo due cose. Se avete iniziato un piano di allenamento, di alimentazione o di salute in generale e poi l’avete mollato, raccontatemi il momento esatto in cui vi siete fermati: è il punto su cui stiamo lavorando. E se qualcosa di quello che ho scritto non vi convince, scrivetemelo: mi serve più delle conferme.
Tra otto settimane vi racconto come è andata.