Forse per prenderci cura di noi serve un Tamagotchi
Quello che stiamo imparando su aderenza, feedback e sul ruolo degli altri nel prenderci cura della nostra salute.
Era giusto poco più di una settimana fa quando ho scritto il primo articolo di questa serie personale, Il protocollo non è il prodotto, per condividere un aggiornamento sullo stato delle cose in Omea. Eravamo appena entrati in una fase nuova: dopo mesi passati a fare interviste, studiare come personalizzare meglio i protocolli di salute e costruire il primo prodotto, avevamo finalmente iniziato a lavorare con un piccolo gruppo di persone reali.
Quindici persone hanno fatto esami del sangue, compilato un questionario di valutazione molto approfondito e parlato individualmente con il nostro medico. Per ognuna abbiamo identificato poche priorità e costruito un protocollo personalizzato. Era il momento in cui tutto quello che avevamo immaginato doveva finalmente incontrare la realtà.
E la realtà ci sta facendo cambiare idea di nuovo. Il problema che sta emergendo non è principalmente riuscire a capire cosa una persona dovrebbe fare. È riuscire a far sì che quella cosa venga fatta abbastanza a lungo.
Le raccomandazioni sono la parte facile
Nelle prime settimane abbiamo iniziato a vedere comportamenti molto diversi. Alcune persone seguono quasi tutto ciò che viene proposto. Altre iniziano bene e poi spariscono per qualche giorno. Altre ancora continuano a fare alcune delle cose che abbiamo suggerito, ma smettono di registrarle.
Questa distinzione è importante, perché se una persona non preme un bottone nell’app non sappiamo necessariamente se non abbia seguito quanto consigliato, se si sia semplicemente dimenticata di registrarlo o se non avesse voglia di farlo. E proprio il logging sta diventando uno dei punti più fragili del prodotto.
Sulla carta sembra una richiesta piccola: aprire Omea, dirci come ti senti, se hai fatto la passeggiata, preso un integratore o seguito una determinata indicazione. Qualche secondo. Ma ripetuto ogni giorno, per settimane, diventa un piccolo lavoro amministrativo sulla propria salute.
La cosa ironica è che, per rendere Omea più personalizzato, vorremmo avere più informazioni. Più sappiamo di una persona, meglio possiamo capire cosa sta succedendo e modificare ciò che le consigliamo. Ma se siamo noi a chiedere continuamente quelle informazioni, aumentiamo anche il carico necessario per utilizzare il prodotto.
In psicologia questo divario tra ciò che intendiamo fare e ciò che facciamo davvero è studiato da tempo. Una meta-analisi di 47 esperimenti ha mostrato che cambiare le intenzioni delle persone produceva un cambiamento nel comportamento molto più piccolo, circa la metà. Voler fare qualcosa è importante, ma non basta.
Se con Omea vogliamo davvero aiutare una persona a stare meglio, non possiamo limitarci a dirle cosa fare. Dobbiamo riuscire a trasformare quell’intenzione in comportamento, e quel comportamento in qualcosa che riesce a mantenere nel tempo. La domanda che ci stiamo facendo adesso è quindi più interessante di “come facciamo a farla tornare nell’app?”: come può il prodotto aiutarla davvero a fare, ogni giorno, quello che ha deciso di fare per stare meglio?
Agire oggi per qualcosa che vedrai domani
Uno dei problemi è che molte delle cose che facciamo per la nostra salute hanno un feedback estremamente debole o lento. Se ordino un taxi, premo un bottone e pochi minuti dopo arriva una macchina. Se completo un livello in un videogioco, il gioco reagisce immediatamente e mi dà una piccola ricompensa.
La salute non funziona così. Faccio una passeggiata oggi e non vedo il mio rischio cardiovascolare diminuire. Vado in palestra e non vedo il risultato il giorno dopo. Mangio meglio per una settimana e gran parte di ciò che potrebbe cambiare nel mio corpo rimane invisibile.
I benefici arrivano, ma spesso in modo più lento e difficile da attribuire a una singola azione. Dopo settimane o mesi potrei avere più energia, dormire meglio, recuperare più velocemente o semplicemente sentirmi meglio durante la giornata. Nel lungo periodo, alcune di quelle stesse abitudini possono anche ridurre il rischio di sviluppare determinati problemi. Il legame tra ciò che faccio oggi e il risultato futuro rimane però debole, soprattutto quando cambiamo più cose contemporaneamente.
I wearable stanno cercando di colmare proprio questa distanza. Oura, Whoop, Fitbit, Garmin e gli altri trasformano segnali difficili da interpretare (sonno, frequenza cardiaca, attività) in un feedback che possiamo ricevere ogni mattina. Hanno fatto qualcosa di importante: hanno reso visibile una parte di ciò che prima rimaneva nascosto.
Ma non credo che il problema sia completamente risolto. A volte ne compare uno nuovo: il numero può iniziare ad avere più autorità di come ci sentiamo realmente. Ci svegliamo sentendoci bene, vediamo un punteggio basso e iniziamo a chiederci se in realtà stiamo male. Oppure cominciamo a ottimizzare sonno e recupero per far salire un punteggio, invece di chiederci se stiamo effettivamente meglio.
Esiste anche qualche evidenza che quantificare tutto possa avere un costo. In sei esperimenti, Jordan Etkin ha osservato che misurare un’attività portava le persone a farne di più, ma contemporaneamente a godersela meno. Concentrando l’attenzione sull’output, la misurazione può far sembrare un’attività piacevole più simile a un lavoro e ridurne la motivazione intrinseca.
Questa distanza tra azione e risultato crea un problema ancora più evidente per la prevenzione. Spesso diventiamo davvero motivati a cambiare qualcosa quando il problema ha già iniziato a farsi sentire: compare un sintomo, arriva un esame fuori range, ci sentiamo senza energie o riceviamo una diagnosi. A quel punto esiste una ragione concreta per agire.
La prevenzione ci chiede quasi l’opposto: agire quando ancora ci sentiamo bene, per ottenere benefici che potremmo percepire solo più avanti o evitare problemi che forse si manifesteranno tra anni. Razionalmente ha senso. A livello comportamentale è molto più difficile.
E noi, come molti altri prodotti sul mercato, abbiamo costruito un prodotto che chiedeva comunque alla persona di fidarsi di questo processo: ti diciamo cosa fare, tu lo fai, ce lo comunichi, continui abbastanza a lungo e poi misuriamo di nuovo per capire se qualcosa è cambiato.
Come modello clinico ha senso. Come esperienza quotidiana, molto meno.
Ci tengo a dire che questo non significa che quel processo sia sbagliato. Fa parte del lavoro, ed è importante avere sistemi che ci permettano di osservare come le persone usano il prodotto, raccogliere i segnali che emergono e capire dove il percorso funziona o si interrompe. Il punto è che questa infrastruttura di misurazione, da sola, non basta a creare un’esperienza che le persone abbiano voglia di seguire ogni giorno.
E se la salute avesse una faccia?
Eravamo a Lisbona con i miei soci Andrea e Marcel quando ci siamo imbattuti in un articolo riguardo un oggetto apparentemente lontanissimo dalla preventive health: il nuovo anello di Tamagotchi. È, letteralmente, un Tamagotchi da portare al dito, una piccola creatura digitale da nutrire, curare e tenere in vita.

Da veri fissati di salute e wearable, ci è venuta subito una domanda: e se quella creatura non dipendesse solo da quanto te ne prendi cura, ma anche da come sta il tuo corpo? Se sonno, recupero, attività e stress ne influenzassero l’aspetto, l’energia e il comportamento?
Per anni milioni di persone sono state disposte a nutrire, pulire e tenere in vita una creatura digitale che non esiste. E se una dinamica simile potesse aiutarci a prenderci cura, con più costanza, del corpo che effettivamente abbiamo?
Il punto non sarebbe trasformare la salute in un gioco, ma prendere qualcosa di astratto e difficile da percepire, mettercelo davanti e dargli una faccia. Renderlo visibile.
Da lì siamo finiti in un rabbit hole sulla ricerca legata alle rappresentazioni digitali di sé. Uno studio del 2009 di Jesse Fox e Jeremy Bailenson mi ha colpito in particolare.
In uno degli esperimenti, ad alcuni partecipanti veniva mostrato un avatar che li rappresentava mentre correva su un tapis roulant. Ad altri veniva mostrato un avatar di un’altra persona mentre correva, oppure una propria rappresentazione che rimaneva inattiva.
Nelle 24 ore successive, chi aveva visto il proprio avatar correre riportò in media circa 142 minuti di esercizio, contro circa 67 minuti nel gruppo che aveva visto correre l’avatar di un’altra persona e 62 minuti nel gruppo che aveva visto il proprio avatar inattivo.
Gli stessi autori sottolineano che si trattava di risultati preliminari, ottenuti su una popolazione giovane e attiva, quindi non è certo la prova che un avatar ci renda improvvisamente più sani.
Ma è una buona domanda da testare: cambia qualcosa se il feedback non riguarda un numero astratto, ma una rappresentazione di me?
Ogni wearable oggi prova a comprimere una grande quantità di informazioni in uno score. L’avatar potrebbe essere un’altra risposta allo stesso problema, con una differenza importante: un numero descrive; una rappresentazione di sé potrebbe creare una relazione.
L’idea che stiamo esplorando è quindi una versione digitale di te che cambia insieme ai tuoi dati, che può apparire più energica o più stanca, e che rende immediatamente percepibile qualcosa che normalmente richiederebbe di interpretare HRV, sonno, sintomi e altre informazioni.
Non vogliamo che l’obiettivo diventi tenere felice un personaggio. La distinzione è fondamentale: quel personaggio sei tu.

La salute è ancora poco condivisibile
C’è poi un’altra cosa che continuiamo a trovare interessante: molte delle abitudini che vorremmo aiutare le persone a costruire rimangono quasi completamente private.
Condividiamo molto quando corriamo una maratona, andiamo in palestra, facciamo un Ironman o battiamo un record personale su Strava. Esiste un risultato chiaro, qualcosa da mostrare e spesso anche una componente competitiva. L’attività fisica è diventata, almeno in parte, un comportamento sociale.
Con la salute succede molto meno. Tra le metriche prodotte da wearable e test, forse l’età biologica è una delle poche che ogni tanto finisce sui social. Sonno, recupero, alimentazione, aderenza alle proprie abitudini o piccoli miglioramenti quotidiani rimangono invece quasi sempre invisibili.
Non perché non ci interessino, ma perché sono difficili da rendere condivisibili. Posso aver passato tre settimane a costruire una routine del sonno molto più regolare, andando a letto e svegliandomi più o meno alla stessa ora, ma non esiste un equivalente immediato del “nuovo personal best” da mostrare.
Forse qui l’avatar può avere un secondo ruolo: non solo rendere la propria salute più visibile a noi stessi, ma trasformare alcuni progressi in qualcosa che viene naturale mostrare agli altri. Un cambio di stato, una settimana particolarmente buona, il ritorno alla propria baseline o una serie di giorni in cui siamo riusciti a mantenere un’abitudine.
La parte interessante è capire se possiamo creare qualcosa che le persone abbiano realmente voglia di condividere.
Quando un comportamento diventa visibile possono succedere almeno due cose. La prima riguarda chi condivide: raccontare che sto facendo qualcosa introduce una piccola forma di accountability e rende un po’ più difficile abbandonarla il giorno dopo.
La seconda riguarda chi sta dall’altra parte. Se vedo un amico seguire con costanza un certo tipo di alimentazione o introdurre nuove abitudini e, nel tempo, noto che si sente meglio o semplicemente ne parla con entusiasmo, potrei iniziare a chiedergli cosa stia facendo e quali benefici stia notando. Nello sport questa dinamica è già evidente: osserviamo le persone intorno a noi preparare una maratona, andare in palestra con costanza o iscriversi a un Ironman e, prima o poi, qualcuno inizia a incuriosirsi e prova a fare lo stesso. Insieme è più facile!

Non serve necessariamente che usino entrambi Omea o che facciano parte della stessa community. Può bastare rendere un comportamento abbastanza visibile da far nascere una conversazione.
In questo senso la gamification potrebbe servire non tanto a trasformare la salute in una competizione, quanto a dare una forma condivisibile a progressi che oggi sono difficili da raccontare. Se funziona, condividere un piccolo progresso potrebbe aiutare chi lo sta facendo a continuare e, allo stesso tempo, incuriosire le persone che ha intorno.
Non solo perché alcune cose sono più facili da fare insieme, ma perché i comportamenti possono propagarsi attraverso le persone che abbiamo intorno.

Il prossimo test
Questa settimana abbiamo quindi deciso di spostare una parte del lavoro su un esperimento nuovo. Useremo le stesse persone che stanno già testando Omea e manterremo gli stessi protocolli: quello che vogliamo cambiare non è la raccomandazione, ma il modo in cui viene vissuta.
Partiremo dalla rappresentazione della propria salute e vedremo se interessa abbastanza da voler tornare a guardarla il giorno dopo. Poi collegheremo l’avatar alle priorità che ogni persona sta già seguendo e aggiungeremo progressivamente alcuni meccanismi di condivisione e interazione sociale.
Quello che vogliamo capire è se cambiare il modo in cui il protocollo viene vissuto cambia anche il comportamento: le persone tornano più spesso? Seguono con più costanza le proprie priorità? Hanno voglia di condividere quello che stanno facendo? E questa condivisione riesce a coinvolgere, incuriosire o influenzare anche le persone intorno a loro?
Forse abbiamo iniziato dalla parte più razionale
Ripensando agli ultimi mesi, credo che abbiamo affrontato il problema nel modo in cui era più naturale per noi, da ingegneri, medici e persone ossessionate dai dati: raccogliamo tutte le informazioni possibili, capiamo cosa non va, cerchiamo le evidenze, costruiamo il protocollo migliore e infine misuriamo il risultato.
È una parte importante del problema e continueremo a lavorarci. Ma il pezzo difficile è tutto ciò che succede tra una raccomandazione e il momento in cui quella raccomandazione produce un risultato: la settimana in cui hai troppo lavoro, o il giorno in cui aprire un’app e compilare un altro check-in è l’ultima cosa che vuoi fare.
È lì che la medicina diventa comportamento. Ed è lì che, sempre di più, penso debba vivere una parte importante del prodotto.
Forse una migliore personalizzazione riuscirà a dirti cosa fare. Forse un avatar riuscirà a rendere più visibile per chi lo stai facendo. E forse renderlo visibile anche agli altri aiuterà sia te a continuare, sia qualcuno intorno a te a iniziare.
Tra qualche settimana vi racconto cosa abbiamo scoperto.